Cambia l’accesso all’edilizia popolare in Emilia-Romagna: per entrare in una casa popolare infatti sarà necessario essere residenti sul territorio regionale da almeno tre anni. E’ questa la decisione presa dalla Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, che ha accolto un emendamento del Pd e modificato pertanto le norme di accesso. Sul punto dei tre anni, la vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini, ha manifestato l’orientamento favorevole della Giunta, definendolo “un requisito ragionevole in una società che cambia e anche per il necessario confronto con quanto fanno altre Regioni”; del resto, “già oggi molti regolamenti comunali, in forme anche confuse e contraddittorie, valorizzano la stabilità residenziale”.
Scrive Repubblica Bologna che “il nuovo obbligo fa ovviamente esultare la Lega Nord, che declina la novità come una propria vittoria. Anche se, a dirla tutta, sul provvedimento il Carroccio in commissione si è astenuto. I leghisti all’inizio avevano proposto un minimo di residenza di dieci anni, aprendo poi alla mediazione col Pd sui cinque anni. A tre non sono scesi, riconoscendo però che “è un primo passo importante – afferma in una nota il capogruppo della Lega in Regione, Alan Fabbri – da cui partire per portare piena equità sociale nell’accesso a welfare e servizi”. Ad ogni modo, insiste Fabbri, “abbiamo abbattuto il muro dell’ideologia. Cade un tabù della sinistra. Grazie alla Lega, parlare di priorità degli emiliano-romagnoli nell’assegnazione delle case popolari non è più uno scandalo. Ora i comuni si adeguino”.
Fra gli altri emendamenti approvati, in questo caso all’unanimità, quelli proposti da Pd e Sel che impongono alla Giunta un nuovo passaggio in commissione e un parere assembleare prima che venga definita la delibera che stabilirà l’esatto ammontare del limite di reddito per la permanenza negli alloggi già assegnati, un aumento per ora indicato in un valore compreso tra un minimo del 20 e un massimo del 60%. Sulla questione, sono stati bocciati alcuni emendamenti M5s, illustrati da Raffaella Sensoli, che chiedevano di limitare i tempi della successiva delibera a 180 giorni, anziché un anno, e riducevano la “forbice” reddituale a un aumento tra il 20 e il 40%. Per Bargi (Ln), l’urgenza è giustificata, ma le simulazioni disponibili fanno ritenere che solo in prossimità del 20% si possano conseguire risultati significativi.
Con le correzioni oggi apportate, la delibera di Giunta sarà all’esame dell’Aula nella seduta del 26 maggio. Richiamati in apertura da Gualmini, gli obiettivi sono quelli di governare il patrimonio di case pubbliche perseguendo l’equità e favorendo i processi di mobilità in entrata e in uscita. Per raggiungere questi risultati appare necessario ridurre la forbice tra il reddito di accesso all’Erp e quello di permanenza. Sul requisito del reddito, la Giunta decide di identificare i nuclei familiari aventi diritto tramite il nuovo sistema di calcolo dell’Isee (Indicatore situazione economica equivalente), tendente a rendere più corretta la misurazione della condizione economica delle famiglie. Poiché non sono ancora disponibili i dati che deriveranno dall’applicazione del nuovo sistema di calcolo dell’Isee, la disciplina puntuale di questo requisito è rinviata a un atto successivo, da emanarsi entro un anno.
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